Miti e leggende Siciliane: ecco le più affascinanti

La Sicilia è una terra ricca di miti e leggende ma soprattutto di luoghi che hanno ispirato la nascita di affascinanti vicende mitologiche: ciclopi, divinità greche e ninfe sono i protagonisti principali di questi racconti tramandati da secoli.

Ecco i miti e leggende Siciliane più affascinanti e conosciute di sempre.

La leggenda delle teste di moro

I vasi in ceramica a forma di testa di moro sono così diffusi in Sicilia da essere divenuti uno dei simboli rappresentativi dell’isola. Vi siete mai chiesti come mai abbiano proprio questa forma?

Si narra che durante la dominazione araba nel 1100, a Palermo vivesse una bellissima fanciulla molto dedita alla cura delle piante del suo balcone. Un giorno sotto casa sua passò un moro (un arabo) e vedendola se ne innamorò perdutamente, tanto che decide di dichiarare il suo amore alla fanciulla.

Lei rimase molto colpita e ricambiò subito il sentimento. Un giorno però la fanciulla venne a sapere che il moro sarebbe presto tornato in Oriente dove lo attendevano moglie e figli, così sentendosi tradita, durante la notte tagliò la testa al moro e con questa fece un vaso nel quale piantò una pianta di basilico.  Infine lo mise in bella mostra fuori nel balcone e tutti gli abitanti del quartiere, presi dall’invidia, si fecero costruire dei vasi di terracotta a forma di testa di moro.

La storia di Colapesce

Quella di Colapesce è una delle leggende siciliane più popolari ed è immersa, come le più grandi leggende, in un velo di mistero. In ogni città in cui è arrivato, il racconto ha infatti acquisito una sua caratteristica.

Si narra che tra Scilla e Cariddi viveva un giovane chiamato Cola (Nicola), figlio di un pescatore che amava così tanto nuotare che trascorreva intere giornate in mare. Un giorno la madre era così tanto arrabbiata che gli mandò una maledizione: Cola! Che tu possa diventare un pesce! In quel momento, Cola divenne mezzo uomo e mezzo pesce, tanto che non tornò più sulla terra ferma e divenne un punto di riferimento per i pescatori che navigavano lo Stretto.

La notizia dell’esistenza di Cola Pesce giunse al Re Federico, il quale incuriosito, volle conoscerlo.

Per sfidarlo, il re gettò in mare una preziosa coppa d’oro tempestata di brillanti. Cola si gettò in acqua per recuperarla e riemerse poco dopo raccontando al re di aver visto caverne, montagne e valli e che la città era costruita su uno scoglio che poggiava a sua volta su 3 colonne; una sana, una scheggiata ed una rotta. Preso da entusiasmo il re volle mettere alla prova ancora una volta Cola pesce e gettò in mare un sacchetto pieno di monete d’oro, promettendogli che se fosse riemerse, avrebbe potuto sposare sua figlia.

Cola Pesce si gettò in mare, ma non riaffiorò più dalle acque.  Si dice che scendendo giù si accorse che una delle colonne stava per spezzarsi, così decise di rinunciare alla ricchezza  e alla figlia del re e di sacrificarsi per la Sicilia.

La leggenda della fontana Aretusa (Siracusa)

Chiunque passando da Ortigia, avrà ammirato la bellezza della fontana Aretusa. Tra i miti e leggende Siciliane, quella di Alfeo e Aretusa è senza dubbio quella più romantica.

Aretusa era una ninfa conosciuta in tutta la Grecia per la sua bellezza e venne allevata fin dalla tenera età da Artemide, dea della caccia e delle fanciulle. Un giorno dopo una lunga corsa tra i boschi, Aretura decise di rinfrescarsi in un bellissimo corso d’acqua, si tolse le vesti e si concedette un bagno. Ad un tratto Aretusa sentì dei rumori e, spaventata, uscì dall’acqua  ed iniziò a correre velocemente. Una voce però le intimò di fermarsi: era Alfeo, la divinità del corso d’acqua, rimasto colpito dalla sua bellezza.

Alfeo iniziò ad inseguirla e lei, non avendo più le forze per correre, chiede aiuto ad Artemide. Questa avvolse in una nuvola Aretusa e soffiò forte in direzione della Sicilia per metterla a riparo. Arrivata ad Ortigia, la nuvola iniziò a far cadere Aretusa che si trasformò in un sorgente d’acqua dolce. Alfeo, innamorato di Aretusa e volendola raggiungere, chiede aiuto al padre Oceano il quale aprì le acque dello Ionio permettendogli di raggiungere la Sicilia. Aretusa, convinta da tanto amore e insistenza, cedette alle richieste di Alfeo. Artemide, per suggellare il loro amore, scavò una caverna sotto la fonte, così da far correre per l’eternità le acque di Aretusa e Alfeo.

E’ un posto incantevole ancora oggi, auspicio di fecondità e felicità per le giovani coppie che ne toccano le acque dove scorre l’amore tra Alfeo e Aretusa.

L’Etna ed il gigante Encelado

All’Etna sono legate numerosi miti e leggende siciliane. Tra queste, si racconta che un tempo il gigante Encelado, volendo togliere il potere a Giove, decise insieme ai suoi fratelli di raggiungere la dimora degli dei mettendo una sopra l’altra tutte le montagne più alte del mondo. Giove, irato per l’arroganza di Encelado, scagliò sui giganti un fulmine che infiammò tutto il cielo accecandoli. Encelado, sepolto dalla montagna, non riuscendo a spostarla, cominciò a sputare fiamme dal petto che salirono fino alla vetta dell’Etna. La sua rabbia non si è ancora placata ed ogni tanto scatena ancora la sua forza emettendo colate di lava.

Aci e la ninfa Galatea

Vi siete mai domandati perché tanti paesini in provincia di Catania iniziano tutti con lo stesso nome, Aci?

La leggenda narra di Polifemo, ciclope che abitava nel vulcano, perdutamente innamorato della giovane Galatea, una delle cinquanta bellissime ninfe del mare, le Nereidi.

Aci invece era un pastorello che pascolava le sue pecore vicino al mare, quando un giorno vide Galatea e se ne innamorò perdutamente. L’amore fu ovviamente ricambiato dalla ninfa. Aci e Galatea erano innamoratissimi e si rivelavano dunque inutili i corteggiamenti di Polifemo verso la ninfa, tanto che lei lo scherniva e disprezzava. Una sera Polifemo, accecato dalla gelosia, decise di vendicarsi. Non appena Galatea si tuffò in mare, prese un grosso masso di lava e lo scagliò contro il povero pastorello schiacciandolo. Appena Galatea seppe della terribile notizia, accorse subito e pianse tutte le sue lacrime sopra il corpo martoriato di Aci. Giove e gli dèi ebbero pietà e trasformarono il sangue del pastorello in un  fiume che nasce dall’Etna e sfocia nel tratto di spiaggia dove i due amanti erano soliti incontrarsi.

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